lunedì 7 dicembre 2009

FINE TRA(N)SMISSIONE (massimo)

Un trans chiamato desiderio. Già, perché da quando in Italia è scoppiato il caso Marrazzo, non c’è trasmissione che possa fare a meno delle transgender. Non ospitarle equivale a non aver mai trascorso una vacanza nel Salento o a non possedere almeno una copia di Gomorra. Giammai. Da Porta a Porta (dove campeggia l’inquietante plastico della casa di Brenda, pace all’anima sua) a Pomeriggio Cinque/Domenica Cinque (copia e incolla), è un continuo via vai di signorine (...) - succinte e prosperose (come chirurgo crea) - che rivendicano il diritto di esistere. Premesso che la sessualità non dovrebbe mai essere ostentata e riconoscendo ad ognuno la libertà di amare come sente (eccetto si tratti di deviazioni verso i minori, per le quali ripristinerei la pena capitale), mi risulta difficile comprendere questo can-can mediatico che ridicolizza argomenti da affrontare, invece, con preparazione e serietà. Non nutro particolare stima nei confronti di Vladimir Luxuria, ma ho apprezzato il suo intervento in un contenitore pomeridiano, quando ha rimarcato gli eccessi delle trans in studio, prendendone le distanze. Sembrando banale ritengo che il sano dialogo sia il miglior modo per crescere. A patto di iniziare a boicottare talune, squallide, “arene”. arteaperta@gmail.com

lunedì 9 novembre 2009

Another Brick in the Wall (Pink Floyd, 1979)

martedì 3 novembre 2009

PINOCCHIO (massimo)

«Ho fatto un film sulla mia prima favola. Sono soddisfattissimo». Firmato Alberto Sironi, regista della miniserie Rai Pinocchio. Partendo dalla sua dichiarazione e parafrasando il motto pallonaro (in tutti i sensi) “chi vince ha sempre ragione”, Sironi si trova (commercialmente parlando) nel giusto. Basti pensare che il suo Pinocchio anglo-italiano (prodotto dalla Lux Vide) ha sbaragliato la concorrenza (vedi Grande Fratello), con un seguito di 7.723.000 spettatori (31,79% di share) “soltanto” per la prima delle due puntate. Tutto bene? Non proprio, vista la qualità del prodotto. A mio giudizio, infatti, il romanzo di Carlo Collodi - all’anagrafe Carlo Lorenzini - Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1881), pubblicato nel 1883, è stato svilito sia nel corpo sia nello spirito. Attualizzato all’inverosimile. Personaggi poco credibili (dalla fatina dai capelli turchini, interpretata dalla “rossa” Violante Placido, alla maestra Laura, figura totalmente inventata, che ha il volto di una spaesata Margherita Buy, ad Alessandro Gassman “e io che ci faccio qui?” nei panni di Collodi), doppiaggio sgangherato, scene montate in maniera discontinua. Bob Hoskins/Geppetto (già Papa e Duce nelle fiction della rete ammiraglia) non è neppure un parente acquisito del Nino Manfredi protagonista ne Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini (chi non ha mai visto questo gioiello recuperi la versione integrale in dvd). Stesso discorso per Il Gatto e la Volpe, alias Francesco Pannofino (regista nell’esilarante Boris) e Toni Bertorelli, distanti anni luce dalla coppia Franco Franchi-Ciccio Ingrassia. Per non ricordare Gina Lollobrigida, lei sì rassicurante fata turchina. Qualche attore da “salvare”? Avverto un dovere (quasi) morale verso la “fazziana” Luciana Littizzetto, grillo parlante più nella realtà che sul piccolo schermo, e verso il piccolo Robbie Kay, nei panni di un burattino troppo solare e spensierato (ma lui che colpa ne ha?). Il pubblico però ha sempre ragione (…), anche quando bocciò il Pinocchio (2002) di Roberto Benigni ed esaltò (giustamente) la versione animata targata Walt Disney (1940). Insomma, in un’Italia piena di burattini non sarà certo quello di Sironi a farci perdere il sonno. O no? arteaperta@gmail.com

domenica 4 ottobre 2009

EMO A PIAZZA DEL POPOLO (milena)

Sabato pomeriggio Via del Corso a Roma si trasforma in una fiaba popolata da strambi adolescenti: alcuni hanno il volto impallidito e occhi, di cui uno coperto da frangia, bordati dal Kajal. Indossano jeans stretti e felpe a quadri, altri portano un cappello a cilindro, un bastone con impugnatura a pomo d’argento e labbra dipinte di rosso. Altri ancora vestono in total black e polsini chiodati.. sono diretti in Piazza del Popolo per il raduno settimanale rispettivamente degli Emo, dei Vampiri e dei Nuovi Metallari. Non si capisce come mai gruppi con ideologie così diverse abbiano scelto di incontrarsi nello stesso luogo, alla stessa ora, probabilmente per una evidente forma di esibizionismo e un sano spirito di competizione: quella voglia di sfidare chi la pensa diversamente da noi. Si respira la stessa aria di sfida “da stadio”. Voglio saperne di più, perciò contatto Boemiandrug, un giovane amico emopocopiùchequattordicenne, che durante una interattiva chiacchierata via MSN mi spiega i rudimenti della filosofia Emo. Il suo biglietto da visita virtuale è un enigma irrisolto farcito di parentesi, lettere K e W disposte senza senso e l’immagine personale lo raffigura davanti ad uno specchio con capelli visibilmente cotonati, lieve trucco sugli occhi, sguardo trasognato e una rosa rossa tra le dita. Mi spiega che il termine Emo è un abbreviativo di “Emotional hardcore” che prende origine da un genere musicale inizialmente compreso all'interno del punk rock che però si è modificato nelle sue forme più moderne, includendo anche sonorità di origine più melodica. Oggi l’emo è un vero e proprio stile di vita, “un modo sensibile di accostarsi al mondo” mi spiega Boemiandrug, un modo “EMOtivo”, appunto. Mi racconta che il sabato pomeriggio lui ed i ragazzini emo della sua scuola, si incontrano vicino alle scalette di piazza del Popolo per scattarsi foto artistiche, parlare di musica e ascoltare le canzoni di una barbona cantastorie sui quaranta che pare abbia una voce melodiosa e struggente, capace, appunto, di far emozionare una banda di ragazzini romantici e predisposti al sentimento. Non solo. Si incontrano per guardarsi in cagnesco con i duri metallari, in completa antitesi con la loro filosofia di vita ed i gusti musicali, e per prendere le distanze dai “vampiri”, di cui in realtà hanno paura. Mi racconta che un’amica della madre ha una figlia “vampira” che sistematicamente usa denti finti, spesso è presa dal raptus di mordere chi gli è a tiro. Mi confessa “scappo quando la vedo perché ho paura che voglia mordermi il collo”. Gli chiedo come mai ciò non gli procuri piacere, alcuni sostengono che gli emo odino la vita e siano in fondo masochisti, oltre che depressi e portati al suicidio. Si risente, mi dice che “quelle sono le cose che dicono quelli che ci odiano, essere sensibili non vuol dire essere depressi, il nostro simbolo non è una lametta per tagliarci le vene, come si dice in giro, a noi piace essere sentimentali, emozionarci, e non è detto che ci si emozioni solo soffrendo” e mi inoltra un’immagine simildark in bianco e nero raffigurante un ragazzino emo (lo si nota dalla capigliatura con frangia asimmetrica) che si strappa un cuore rosso dal petto e lo porge ancora pulsante ad una dolce ragazzina emo dallo sguardo timido e commosso. “Riassume alla perfezione il nostro pensiero”, conclude il novello Jacopo Ortis prima di disconnettersi e tornare a crogiolarsi nel dolore per la sua amata emo che non lo ricambia e ad odiare le “Tokiette”, ovvero le fan dei Tokio Hotel che si ritengono delle “emogirls” solo perché il loro idolo Bill, leader della Band, ha occhi pesantemente truccati, sguardo perennemente incazzato ed i capelli tagliati vagamente alla emo, con variante di meches color argento. La conversazione è terminata, il mio giovane amico Boemiandrug mi saluta con una EMOticon lampeggiante nera con lacrime azzurre che scendono ed io sono stupita che si sia diffusa questa moda tra i teenager: di solito a quell’età si tende a reprimere l’emotività, mentre gli Emo la ostentano, diventando sacerdoti di un insolito stile di vita. arteaperta@gmail.com

giovedì 24 settembre 2009

Fall To Pieces (Velvet Revolver, 2004)

giovedì 3 settembre 2009

SLASH (massimo)

«Non ho mai studiato le vite degli altri tossici nella storia del rock. Più avanti ho ricevuto aggiornamenti di prima mano da Keith Richards, Eric Clapton e Ray Charles. Penso che ogni tossico abbia un’innata affinità con coloro che sono nelle medesime condizioni». È un eloquente passo dell’autobiografia Slash, redatta dall’ex chitarrista dei Guns N’ Roses con il giornalista e scrittore Anthony Bozza e pubblicata da Edizioni BD. Lungo 470 pagine il musicista (e, a parer mio, vero leader) dei GN’R ripercorre tutta la sua carriera d’eccessi nella band di Los Angeles. Madre afro-americana e padre inglese, un fratello di nome Albion (classe ’72), Slash nasce «il 23 luglio del 1965 a Stoke-on-Trent, Inghilterra, la città dove vent’anni prima di me è nato Lemmy dei Motörhead». Un predestinato, dunque, che ben ricorda la formazione musicale “impartitagli” durante l’infanzia («la collezione dei dischi dei miei genitori era perfetta. Ascoltavamo di tutto, da Beethoven ai Led Zeppelin»). Quindi il trasferimento negli Stati Uniti, il divorzio dei suoi («quando i miei genitori si separarono, il cambiamento mi trasformò di colpo. Dentro rimanevo un bravo bambino, ma fuori mi comportavo come un disadattato»), le spericolate evoluzioni in BMX e l’amore per i rettili, fino al giorno in cui, leggendo un testo, esplode la passione per la chitarra («si trattava di un libro usato, intitolato How To Play Rock Guitar. Lo portai a casa e lo divorai»), strumento dove incanala tutta la sua rabbia. E ancora, il legame con gli amici – futuri membri dei GN’R – William Axl Rose, Duff McKagan, Steven Adler, Izzy Stradlin, le esperienze autodistruttive della band fra alcol e droghe d’ogni tipo, con conseguenti periodi di riabilitazione («mi presentavo, mi facevo un caffè con Jack Daniel’s – o forse si trattava di un Jack Daniel’s con un caffè – e mi mettevo al lavoro»), gli arresti, le liti con produttori ed entourage, il sesso sfrenato con squillo, pornostar e groupie. Ma soprattutto, la vita on the road, dividendo il palco con artisti da capogiro: dai Rolling Stones agli Iron Maiden, dai Metallica ad Alice Cooper, Aerosmith, Mötley Crüe, Kiss. L’autobiografia Slash pullula di aneddoti e ricordi. Come quello del primo videoclip girato dal gruppo per il brano Welcome to the Jungle («se battete le ciglia, però, vi perdete la mia apparizione: io sono l’ubriaco seduto davanti a una porta con una bottiglia di Jack in un sacchetto di cartone marrone»); e ancora, dai successi dell’autoprodotto EP Live ?!*@ Like a Suicide (1986) a quelli degli splendidi Appetite for Destruction (1987) e GN’R Lies (1988), con conseguente dipartita di Izzy Stradlin e allontanamento di Steven Adler («non posso negare che cacciare Steven dai Guns N’ Roses per abuso di droghe fosse un po’ ridicolo ed eccessivamente severo»), fino ad arrivare ai “maestosi” (e meno “sporchi”) Use Your Illusion I e Use Your Illusion II (1991) – con i nuovi innesti Matt Sorum, Gilby Clarke e Dizzy Reed – rimasti nella classifica di Billboard per 108 settimane. Ma, come ammette lo stesso Slash, «i Guns erano una band che poteva sfasciarsi da un secondo all’altro». Così, dopo l’anonimo disco di cover The Spaghetti Incident? (1993) il gruppo (non senza polemiche e rancori mai sopiti) si scioglie, dando vita, con alterne fortune, a una serie di progetti solisti e gruppi paralleli (Adler’s Appetite, Slash’s Snakepit, Velvet Revolver, The Racketeers, Neurotic Outsiders, Loaded, Rock Star Supernova, 10 Minute Warning). In particolare Slash collabora con artisti profondamente diversi: da Lenny Kravitz al compianto Michael Jackson a Vasco Rossi. Nel 2008, dopo anni di gestazione, i “nuovi” Guns N’ Roses di Axl (unico membro storico) pubblicano l’avvilente Chinese Democracy, facendo solo aumentare i rimpianti nei fan del gruppo (me incluso) in merito a ciò che poteva essere e che invece non è stato. arteaperta@gmail.com

lunedì 20 luglio 2009

Ignorant Team (argo75, 2009)